sabato 22 dicembre 2018

Natale AD 1223

Natale AD 1223

Non era stato un cattivo inverno, dopo tutto, anche se il freddo aveva incominciato a mordere presto. A novembre il terreno aveva preso a congelarsi sempre più di frequente e a sgelarsi sempre più di rado. Le pozze e i bordi dei ruscelli si erano ricoperti di festoni di ghiaccio che quando c'era il sole luccicavano che sembrava un giorno di festa. Ma durava solo un attimo, perché il sole ormai usciva solo un attimo, se usciva. Poco dopo però era caduta la prima neve. Era una bella cosa, perchè sotto alla neve faceva più caldo che fuori, e così la terra poteva scongelarsi un poco. L'estate di San Martino l'aveva trasformata in acqua, ma poi era arrivata la seconda, e poi la terza, e dopo un po' si era perso il conto. La neve aveva coperto i monti e le valli, era scesa fino in pianura. Ma si era posata leggera leggera, come un velo di sposa, come la spuma di un'onda o un pensiero rimasto a metà. Qualche pista era diventata più difficile da percorrere. Qualche naso, cercando l'erba, si era gelato più del solito. Qualche vecchio ramo aveva dato l'addio al suo albero, ma tanto era vecchio. E questo era più o meno tutto quello che era costato, per quell'anno, avere a disposizione un paesaggio da favola. Quello e, alla bisogna, un po' di lavoro in più per cavare le bacche invernali dal di sotto della coltre di neve che le ricopriva, cosa che aveva trattenuto anche il codibugnolo che ora stava volando come un forsennato nel tramonto per arrivare all'appuntamento più o meno in orario.. E dire che non era neanche il suo cibo preferito. I Codibugnoli sono insettivori, lo sanno tutti, ma d'inverno si piglia quel che c'è e quelle bacche trovate per caso erano troppo invitanti per lasciarle lì. E adesso c'era da correre, anzi da volare; il sole era ormai sparito sotto l'orizzonte, quello che restava era la luce dell'ora blu. Per fortuna non mancava molto. Attraversò i campi a est del paese mentre dalla neve si alzava già la nebbia, nebbia che poi restava lì a galleggiare a mezz'aria, indecisa tra l'avventurarsi nel cielo che avrebbe potuto disperderla con un solo colpo di brezza e passare un'altra notte nel sicuro porto del suolo, degli alberi, dei fossi, dove il vento non arrivava mai. Sorvolò la vecchia siepe e la via che veniva da Spinaceto, girò intorno alle prime case di Greccio passando sopra a quelli che dovevano essere orti o giardini, immobili ed irriconoscibili sotto alla coltre che li ricopriva. Bucò anche qualche nuvola di fumo degli uomini, che sapeva di caldo e di cibo. Sfrecciò attraverso una macchia di alberi e poi di nuovo sui prati innevati, mentre il crepuscolo si stava girando in notte e su, in alto, le stelle incominciavano a scintillare. Discese infine in quello che nell'oscurità sembrava l'inizio di una faggeta, indovinò un albero, si posò su di un ramo ed attese.

I minuti passavano lentamente, di tanto in tanto qualche rumore lo faceva sobbalzare ma in pratica tutto il mondo sembrava tranquillo, in pace. Forse in attesa. Quando l''apprensione superò la prudenza, decise finalmente di farsi sentire.
- C'è qualcuno, qui? - domando' al buio.
- Io ci sono, ma tu chi sei? - rispose una voce da qualche ramo più in alto.
- Codibugnolo, e tu?
- Picchio muratore, piacere. -
- Sei qui da tanto?
- Da un po', era ancora chiaro..
- E siamo in tanti?
- Parecchi - aggiunse qualcuno da un altro angolo. - Passera mattugia, siamo in quattro.
- Cinciallegra, cinciarella, cince bigie, more e dal ciuffo. Presenti in buon numero sull'albero qui di fianco. Piacere.
- Peccato per il buio, che non si vede nulla. - commento' il codibugnolo.
- Non ci pensate: manca poco al sorgere della luna, ormai. – dichiarò uno dei gufi
- Sarà, - obbiettò un fringuello – ma per adesso è buio, buio pesto.
- Guarda bene, si nota già la differenza all'orizzonte. Sarà una bella luna, dico io..
- Me lo auguro, io non ci vedo ad un palmo dal becco e ad ogni suono o rumore il cuore mi balza fino in gola, e poi convincerlo a tornare giù è un'impresa.
- Non temere piccolino, - raccomandò un voce lì accanto - oggi è un giorno di pace, e siamo tutti qui in pace. Nessuno escluso.
- Perdiana! - esclamò il fringuello, che per lo spavento era schizzato tre rami più in alto. - Ecco quello che intendevo! Non potevi annunciarti in qualche modo, sparviere? E comunque non ci sei solo tu in queste foreste..
- Ma, come dice l'amico sparviere, tutti quelli che sono qui sono venuti in pace. - Annunciò dal basso una voce che tutti conoscevano e temevano.
La luna, intanto, si era finalmente decisa a far mostra di sé, fredda, enorme appena sopra l'orizzonte. E anche attraverso la foschia che galleggiava a mezz'aria riusciva a mostrare chiaramente la forma del lupo che aveva parlato. Il silenzio calò sul bosco come una foschia ancora più densa, mentre ciascuno, in cuor suo, pesava le parole del predatore per decidere se fidarsi o meno. Perchè va bene la pace, ma un lupo è sempre un lupo..
- Aspetta aspetta, che questa non me la voglio perdere - dichiarò una vocina ancora più in basso. Da una chiazza di erba rimasta lì probabilmente per scommessa fece capolino un lepre. Con un paio di balzi si portò vicino al lupo, rallentando per poi fermarsi a meno di un metro.. - Sicuro che non cambi idea, adesso? -
- Ho promesso, - confermò l'altro, - e se anche non lo avessi fatto, oggi è diverso. Questa notte siamo tutti più buoni, no?
- In che senso? - domandò la lepre allarmata.
- Buoni nel senso buono, intendo. Ma se mi temi tanto, perche ti metti a portata dei miei denti?
- E quando mi ricapita di vedere un lupo da così vicino. - dichiarò soddisfatto il piccolo quadrupede.
- L'occasione ti potrebbe ricapitare, - commentò al volo un codirosso da un ramo - Di poterlo poi raccontare probabilmente no..
- Ma tu non eri migrato? - domandò un gheppio dopo qualche attimo di imbarazzo generale..
- Seee e secondo te questa me la mancavo? - rispose l'altro.
- Basta con questo baccano lì sotto, che sta arrivando qualcuno. - Avvertì una civetta dall'alto. Di nuovo, il bosco si azzittì. Chi poteva si tirò su per vedere tutto quanto di prima mano, ma per chi non aveva occhi da rapace non c'era un granché da vedere, al momento.. Quel qualcuno era evidentemente un uomo e stava appena uscendo dal limite del paese lungo il vecchio sentiero. Con una tenacia a dir poco ammirevole avanzò sulla strada ghiacciata fino alla curva, rischiando di scivolare e cadere più o meno ad ogni passo.. Quindi si guardò intorno un paio di volte, come per farsi sicuro della posizione, e tagliò nel campo, nella neve alta, verso il bosco. Si affondava fino al ginocchio, a metà strada dovette fermarsi a riprendere fiato. Si asciugò del sudore che gli scendeva negli occhi con la manica del saio. La foschia, finito il suo compito, si stava diradando rapidamente, e la luce della luna faceva brillare la neve sul prato come la vetrate delle cattedrali che aveva visto nei suoi viaggi, o i gioielli che portavano le dame. In cielo, qua e là, luccicavano nubi leggere, ricami d'argento sul tessuto della notte. Dove la luna non poteva ancora arrivare era una celebrazione di stelle di ogni fattura, piccole e grandi, luminose o appena visibili. Tutte a guardare giù, verso il prato innevato dove il piccolo frate stava guardando in su. Era una notte magica, era la notte di Natale. Come gli capitava sempre più spesso di fare, il frate ringraziò l'Onnipotente per aver profuso nel creato così tanta bellezza ed armonia. Poi, rinfrancato dalla sosta, riprese il cammino. Arrivato agli alberi incontrò meno neve e riuscì a marciare più agevolmente, ma dopo aver seguito il margine del bosco per poche decine di metri tornò a fermarsi. Gli era parso di sentire un richiamo. Poi un altro, e un altro ancora, e in un attimo si trovò circondato da un autentico stormo di uccelli e uccelletti festanti, cinguettanti, gorgheggianti, starnazzanti e tutte quelle altre cose che fanno gli uccelli quando sono felici. "Francesco, sono qui!" diceva uno, "Francesco, anche io ci sono!" aggiungeva un altro, "Francesco, siamo pronti, andiamo?" domandava un terzo.
"Fanatici.." pensò dignitosamente il lupo, ma poi si unì al comitato di benvenuto con l'intenzione di cercare anche di scroccare una grattatina proprio dietro alle orecchie, che è vero che non è molto dignitoso, però gli piaceva parecchio.
Ora, è difficile dire se Francesco intendesse letteralmente la conversazione che lo attorniava, parola per parola voglio dire, ma di certo ne intendeva perfettamente il senso e, come si conviene ad una persona educata si soffermò per più di un attimo a scambiare qualche frase di cortesia con un uccelletto qua, uno scoiattolo là, un riccio, una volpe, un daino e in definitiva chiunque altro cercasse di attirare la sua attenzione. Ma alla lunga il dovere si fece pressante e gli toccò quindi di richiamare all'ordine la platea.
"Fratelli e sorelle" esortò il frate "Il vostro affetto scalda il mio vecchio cuore anche nel gelo di questa lunga notte di inverno. Ma il tempo stringe ormai, siamo convenuti qui per uno scopo e tale scopo deve essere adempiuto. Quindi, orsù, raduniamoci e partiamo, che la strada non è molta ma prima o poi va affrontata"
"Faccio strada io" dichiarò il cinghiale scattando in avanti, "voi rimanete nella mia pista". Alcuni uccelli sorrisero della proposta, ma, notata l'occhiataccia con cui il frate di redarguiva, si guardarono bene dal prendere iniziative e rimasero disciplinatamente nelle retrovie, spostandosi di posatoio in posatoio. Tornata sulla strada, la strana comitiva si lasciò alle spalle Greccio dirigendosi verso Stroncone. Malgrado le evidenti difficoltà di terreno e di clima, proseguirono a passo piuttosto spedito per mezza lega circa, fino ad arrivare ad uno slargo probabilmente spianato apposta per l'occasione. Lì, un'assemblea pittoresca quanto la loro sembrava proprio attendere solo il loro arrivo.
"Avanti, avanti!" li incoraggiò il frate "la processione sarà qui tra non molto, ognuno si trovi il suo posto. Il lupo con i pastori e gli agnelli, e non voglio sentire proteste. Cervi daini e cerbiatti sul margine del bosco, attenti alle corna. I cinghiali sottovento, per favore. Quelli che volano si mettano dove credono, avanti, avanti; di spazio ce n'è, di tempo molto meno.."

Così, con qualche titubanza ma senza timore, ognuno si piazzò come richiesto: i lupi con gli agnelli, i servi coi padroni, gli animali con gli uomini. Perchè quella era una notte magica, era la notte di Natale. Il nostro codibugnolo trovò posto con le altre cince tra i rami di un faggio non troppo distante dalla grotta. Eccoli là: il bue e l'asino, i due umani che rappresentavano Giuseppe e Maria e la mangiatoia dove sarebbe stato deposto il Bambino. Proprio come aveva detto Francesco, ma essere lì, essere presente, era tutta un'altra cosa. La luce incerta delle delle torce e dei fuochi illuminava guizzante i volti di mercanti, artigiani, cavalli e cavalieri, soldati in strane corazze, madonne, nobiluomini, fanciulle, pastori e guerrieri vestiti con abiti esotici, strani animali. Tutti in attesa intorno alla caverna, tutti presi nella parte che faceva loro rivivere, per una notte, una storia di mille anni prima, e mille leghe più altrove, una storia che tutti avevano sentito raccontare. Dalla strada di Greccio giunse un canto che era anche musica, poi, piano piano comparvero bagliori di ceri e di fiaccole, in ultimo le sagome degli uomini che li portavano.
La processione avanzò lentamente, solennemente, per unirsi alla rappresentazione del primo presepe della storia, il presepe vivente di Greccio, nell'anno del signore 1223.
Nella mangiatoia adesso c'era un bambino. "Guarda!", esclamò il codibugnolo "E' arrivato!"
- Ma no, ma no - lo corresse una cincia - è un simulacro, una cosa simbolica. L'ha fatto la figlia del Signore di Stroncone, me l'ha detto mio cugino che abita nel giardino della dama.
- Sarà - contestò il codibugnolo - ma a me sembra un bambino vero..
- Ma figurati, tu porteresti uno dei tuoi pulcini qui fuori, al freddo, con questa neve? E in piena notte, per giunta?
- Tutto quello che vuoi, però si muove. Guarda, adesso sta salutando quelli lì davanti. Ehi, qui! Ci siamo anche noi!
- Lo sa che ci siete anche voi - lo rimbrottò Francesco che, invisto ed invisibile, si era intanto lasciato scivolare indietro tra la folla per trovare un angolo di tranquillità proprio sotto a quell'albero. - Però potreste anche far qualcosa di più per farvi notare...
Allora tutti gli uccelli dell'albero confabularono tra di loro per qualche istante, e poi, come un corpo unico, si alzarono in volo e scesero in un sol balzo nello spiazzo che gli uomini, forse volontariamente o forse no, avevano lasciato libero innanzi alla grotta. In un istante anche i pennuti che avevano trovato posto altrove si unirono allo stormo. "Fanatici.." pensò dignitosamente il lupo, ma poi anche lui si avviò per prender posto nell'apertura. Figurante, per una volta, ma comunque ben in vista, perbacco. Quindi arrivarono i cervi e i cinghiali le lepri e le donnole, e infine tutti gli altri. Colpito da tutto quel movimento il presepe si era azzittito, e adesso stava in attesa. Gli animali del cerchio esterno si accucciarono così che tutti potessero vedere, e allora gli usignoli presero a cantare. Poi i pettirossi, gli scriccioli, i merli, i fringuelli, le capinere e ancora tutti gli altri. Anche le gazze e le ghiandaie, perfino i corvi e le oche trovarono il loro posto nel canto, e quello fu praticamente un miracolo. Era una canzone dolcissima, che raccontava di una notte silenziosa, una notte santa, una notte in cui gli angeli parlavano con i pastori e la pace sembrava essere scesa sulla terra per regnare per sempre: la notte in cui Gesù era nato. La canzone ebbe fine e tutti gli animali tornarono al loro posto, felici di aver fatto la loro parte. Ma la melodia restò a lungo nelle orecchie e nei cuori degli uomini, che da allora la tramandarono di padre in figlio fino a quando, quasi seicento anni dopo, un monaco austriaco non ne scrisse la partitura e un altro ci aggiunse le parole, facendone dono, per sempre, all'umanità tutta. Date le circostanze, è probabile che qualche dettaglio si sia perso nel tempo, nella distanza e nella, diciamo, traduzione. Ma la canzone è rimasta la stessa, un augurio di pace e felicità in cielo e in terra, per tutti gli uomini buona volontà.








"Natale AD 1223" by Fabrizio Burlone is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Versione per il web.
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Illustrazione di Eugenio Bausola

lunedì 9 aprile 2018

Birdabout: Les Alpilles - Plateau de la Caume.

I Birdabout sono gli equivalenti dei giringiro Australiani, ma a tema.. Una cosa così.

Les Alpilles si trovano ad una bella distanza da qui, cinque o sei ore di macchina più o meno. E forse da sole non valgono il viaggio, onestamente. Ma se vi capitasse di aver del tempo da ammazzare in Provenza, o magari avete già in mente di fare quel giro al Verdon di cui ho scritto di recente, o se comunque, per una ragione o per l'altra, state passando da quelle parti, beh, non ve le perdete. Ma vediamo di quali parti stiamo parlando, tanto per cominciare. Les Alpilles sono qui:


Consiglio di partire dal parcheggio del Plateau de la Caume, lungo la D5, nei pressi di Saint-Rémy-de-Provence. Le coordinate sono  43.756183 N, 4.833677 E, per comodità. Si prende la via che porta alle antenne TV, è ben marcata e non ci si può sbagliare.. Si fa per dire, se preferite farlo, sbagliate pure.


L'ambiente è parecchio interessante, il percorso è comodamente illustrato da apposita cartellonistica illustrativa (appunto), la salita è assolutamente camminabile, i panorami sono proprio niente male.

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E  se tutto ciò non vi bastasse, di tanto in tanto c’è la possibilità di incontrare l’Aquila di Bonelli.

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Scusate se è poco, e comunque, poco o tanto, questo è tutto gente.
Fino alla prossima, buon BW.

domenica 18 marzo 2018

Le gole del Verdon - Les Gorges du Verdon (agosto 2017)


Adesso il post dovrebbe funzionare, ieri si inchiodava.
Comunque: inverno permettendo, si avvicina il periodo in cui ponti, feste e weekend lunghi entrano a gamba tesa nelle noste affollatissime agende, esigendo la giusta attenzione.
Senza voler fare concorrenza a Tripadvisor, potrei suggerire di inserire tra le possibili mete primaverili anche il Gran Canyon del Verdon..  Non è proprio a portata di mano, ci vogliono cinque o sei ore di macchina per arrvarci..


A parte i panorami incredibili, che da soli valgono il viaggio - mica per niente c'è gente che che viene da tutto il mondo per vederle, queste gole. Vi  incollo un’altra foto.

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A parte i panorami, dicevo, lungo il Canyon, più o meno in corrispondenza con uno dei punti più spettacolari, il Point Sublime, si trova da tempo immemorabile (nel senso che non me lo ricordo) una colonia di Grifoni. Saranno le circostanze favorevoli, o forse la cucina francese, o magari solo la fortuna più sfacciata, di fatto la colonia è cresciuta alla stragrande.

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Nei dintorni, e in particolare dai balconi panoramici sulla Routes Des Cretes, è possibile osservarli da molto, molto vicino.

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E addirittura su di un piano di parità piuttosto inusuale. Parità di quota, quantomeno.

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Oppure, dal Point Sublime si può prendere la strada che sale a Rougon, che è un bel paesino tra l'altro. Passata la piazza, si prende un sentiero che porta quasi fino all'area di reintroduzione, proprio sopra alla colonia di Grifoni. In paese c'erano anche dei volantini che promettevano escursioni organizzate. Se siete fortunati, vi avviso che nei dintorni circolano almeno tre o quattro Avvoltoi Monaci e qualche Capovaccaio.

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Quando siamo passati c'era una specie di raduno canoro

E se volete fermarvi per la serata, c'è un ottima Creperia dove potrete cenare con i Grifoni che vi svolazzano tutt'intorno, come passerotti al Parco dei Bambini.

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Si mangia anche bene.

E  questo è tutto, gente.
Fatemi sapere se ci andate, e fino alla prossima, buon birdwatching.

domenica 11 marzo 2018

Monachella del Deserto di Agnellengo


Eccola la star del momento: la Monachella del Deserto di Agnellengo. Decinaia e decinaia di birders di tutti i paesi, perfino di Momo, Morghengo e magari anche San Bernardino, sono venuti nei giorni scorsi a vederla. Anche perchè siamo in pieno Big Year 2018. Ma è un avvistamento importante anche fuor di competizione, per i motivi che tutti già ben conosciamo e di cui, visto che non ho niente d'altro da dire, vado a scrivere lo stesso. Cominciamo con un'immagine decente, per meglio apprezzare il nostro volatile.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/fe/Desert_Wheatear_Male.jpg/1024px-Desert_Wheatear_Male.jpg 
 La foto, presa da Wikimedia, è di M.V. Bhaktha dello Sri-Lanka e ritrae un maschietto in abito invernale. Sicuramente qualcuno dei fotografi presenti ad Agnellengo avrà scattato immagini anche migliori, ma io questa ho a disposizione. Al momento.   
Comunque: la Monachella del Deserto, come il nome lascia intuire, è animale di deserto. Il che è tautologico, piuttosto pleonastico ed anche un tantino banale. Ma visto che la Monachella, all'epoca, poteva non saperlo, rispettiamo la sua scelta di residenza.



Normalmente la si può osservare  nelle aree indicate nella mappa qui sopra che ho rubato su birdlife.org e di cui aggiungo il link sperando che così non mi facciano causa.
https://goo.gl/E2EG19
In realtà conto più che altro sulla mia irrilevanza, ma non si sa mai. E' un migratore a corto raggio. Durante gli spostamenti autunnali e primaverili la si può incontrare talvolta (ma raramente) sulle nostre isole del Sud. Ancora meno frequenti sono gli avvistamenti made in Italy nel periodo di svernamento, e comunque sempre in prossimità delle coste. Le osservazioni nell'entroterra sono più rare dei francobolli del Ducato di Parma: questa dovrebbe essere la seconda in Piemonte e la prima in assoluto per la provincia di Novara (a memoria). L’eccezionalità della sua presenza è già uno dei plus rispetto alla semplice tacca in una checklist, Big Year o meno. Guardate in che ambiente si trova, adesso..

Visto che roba ? Altro che deserto... Ma andiamo oltre: negli ultimi 2 o tre anni quest'area ci ha regalato osservazioni di primissima qualità: Nibbio Bianco e Aquila Reale per citare i più clamorosi. Poi Gheppi, Poiane, Nibbi Bruni, Nibbi Reali, Albanelle, Lodolai, almeno una Civetta, e chissà quali e quanti altri rapaci mi sono dimenticato di citare. Mica per niente la zona è stata soprannominata "la piccola Estremadura". E non c'è solo questo. Ci sono Starne, Colombelle, Allodole, Pavoncelle e altro ancora. Buona parte di tutta questa "tanta roba" è stata scoperta, nel senso di segnalata per primo, da Franco Lorenzini, che è un po' il guardiano del faro locale, conosce la zona come voi conoscete il palmo della vostra mano e la tiene sott'occhio come meglio può, cioè molto bene. Grazie Franco. È anche per le sue indicazioni che parecchi altri birder di NovaraBW e dintorni hanno preso l'abitudine di pattugliare l'area, con buoni risultati direi...
In totale, questo è un altro dei valori aggiunti della nostra Monachella: ci dimostra, ce ne fosse bisogno, che più birders ci sono in giro, più animali (e non solo uccelli) si vedono. Come dice sempre Ettore (Rigamonti) del resto. 
Quindi, basta leggere! Pigliate su il binocolo e scendete in campo. Che se la verità è la fuori, come sostengono Mulder e Scully, lá   fuori ci sono anche le Monachelle, le Cicogne Nere, le Pispole Golarossa, e chissà che altro.
E questo è tutto, gente.
Fino alla prossima, buon birdwatching..

sabato 24 febbraio 2018

E non se ne vogliono andare


Non che noi ci si tenga proprio a mandarle via. Anzi, visto che il tempo (meteorologico) di questi tempi non riesce a mettere la testa a posto, meno male che le mangiatoie ci sono ancora e sono ben frequentate. Anche se costa un occhio e una gamba. A proposito, notato la zampetta che trattiene il carico pendente? Astuto.


Ecco una delle due o tre cinciallegre che si sono unite alla compagnia. Ultimamente vengono a pranzo anche un po' di passerotti e almeno un pettirosso; le cinciarelle sono minimo una mezza dozzina.


E il trucco con la zampetta va alla grande. 
E questo è tutto, gente. Aspettiamo che passi anche il Burian, e poi vediamo. Nel frattempo, buon birdwatching.

lunedì 19 febbraio 2018

Balconiadi 2018 - Hunger Games


Un nuovo atleta appena arrivato per le Balconiadi, dove si vince un posto alla mangiatoia: il Codirosso Spazzacamino. E se aspettava ancora un po'...
Come potete intuire dalla foto, la sua specialità sono gli Anelli. Ma a terra. 
Buon BW!


sabato 3 febbraio 2018

13 gennaio 2018 - Ranco, Lago Maggiore, e Arnetta.


Cerchiamo di riprendere il ritmo partendo da Ranco. Lago Maggiore, sponda lombarda. Bel paesino, non c'ero mai stato. C'è un piccolo molo. Neanche tanto piccolo. C'è l'attracco per i battelli di linea, e poi un porticciolo, un parco giochi per bambini..


e un filotto di gabbiani. Un cormorano, che deve avere più o meno i miei anni perché sta diventando grigio. Anche lui.


E una Gavina, qui sotto. Più di una, in effetti. Una buona annata per le Gavine, questa. Per i funghi magari no, ma per le Gavine è ottima.


Ma, soprattutto, c'é una lagheggiata. Che è l'equivalente lacustre di una mareggiata. Vicino a riva non c'è nulla, i pennuti stanno tutti al largo, a fare su e giù con le onde. Roba da mal di mare solo a guardarli col binocolo. Di cannocchiale non se ne parla neppure. Che fare, allora? Sulla via del ritorno, più o meno, c'è l'Arnetta. Facciamo un giro lì.


Troviamo un paio di amici che non nominerò per motivi di privacy, ma tanto sono nel gruppo FB e se vogliono si possono nominare da soli. Qualche Lucherino, due Cavalieri di Italia che hanno deciso di svernare sul posto (ma pensa te), dei Migliarini di Palude, delle Gallinelle, delle Folaghe, una spaventosa scarsità di Tuffetti, e dire che una volta sembrava che ci fosse una fabbrica, qui. Qualche Alzavola, i soliti Germani, e poco altro. Ci sarebbe anche questa Volpoca solitaria, ma sarà senz'altro solo di passaggio.


Comunque la posto anche in filmato, visto che l'ho fatto..


E questo è tutto, gente. Fino alla prossima, buon birdwatching.

domenica 28 gennaio 2018

20 Gennaio 2018 - Nibbio Bianco - Livorno Ferraris


...
microblogging
sostantivo
  1.  è una forma di pubblicazione costante di piccoli contenuti in Rete, sotto forma di messaggi di testo (normalmente fino a 140 caratteri), immaginivideoaudio MP3, ma anche segnalibri, citazioni, appunti.

Ecco, io non so se ce la faccio a farcela, ma vorrei provare a fare quantomeno del "miniblogging" con post più brevi e più frequenti. A cominciare dal Nibbio Bianco di Livorno Ferraris. E' qui da qualche giorno. Compare, scompare, come i fantasmi di cui porta i colori. Qui sopra gli ambienti che frequenta. Qui sotto una foto in digiscoping.


E poi una foto decente, presa da Roberto Ciceri con un'attrezzatura decisamente più professionale della mia.


Bellissimo. Se volete provare a vederlo, prendete la strada che va da Castell'Apertole a Livorno Ferraris. All'ingresso del paese, girate a destra. Ecco, da lì in avanti, fino alla rotonda successiva e oltre, è tutto buono. Non è detto che al momento sia disponibile, e neanche che non sia già ripartito definitivamente. Ma se lo trovate, portategli rispetto. Niente inseguimenti. Niente disturbi, che purtroppo ci sono già altri che provvedono. Ma noi mettiamo sempre il benessere dei nostri animali al primo posto, giusto?


Nel tardo pomeriggio, poi, un salto a Viverone. Meno di mezz'ora di strada e arriviamo al fiordo. O almeno: questo ci sembra il lago con questa luce.


Ci aspetta lo Svasso Collorosso più confidente che abbia mai visto.  Foto fatta con la Nikon, ma quasi quasi bastava il telefonino.
E questo è tutto, gente. Fino alla prossima, buon birdwatching.


domenica 24 dicembre 2017

Pranzo di Natale


Il Pettirosso fece due piccoli salti in avanti, con circospezione. Balzò sul bordo della mangiatoia, e poi giù, sul ripiano. Con circospezione. Non era il primo anno che veniva a svernare in quel giardino. C’era una siepe bella spessa, anche quindici o venti passi in certi punti, fitta fitta e che andava avanti in ogni direzione fin dove si poteva vedere, e anche di più.C’erano piccoli tratti di erba dove ci si poteva piazzare per prendere il sole, quando faceva presenza. C’erano parecchi cespugli, e piante, alcune con su un sacco di cose buone da mangiare e altre no, solo lì da guardare. Quando arrivava lui erano già spoglie, ma l’impressione era che dovevano essere molto belle, in stagione. Un posto decisamente gradevole, tutto sommato: probabilmente era per quello che ci passava così tanta gente. Andavano, venivano, si scambiavano qualche voce quando si incontravano, e poi via. Nessuno si fermava, a parte i bambini qualche volta. Quando le giornate erano calde li vedeva rincorrersi, chiamarsi in quei lori curiosi linguaggi, azzuffarsi sul prato. Fare cose da cuccioli, insomma. Poi, quando scendeva la neve, si precipitavano fuori, più gonfi e colorati che mai, per rotolarsi nella coltre bianca, sfidarsi a palle di neve, ammucchiarla fino a formare goffe copie di loro stessi. Altre cose da cuccioli, insomma.  Non che fossero tutte rose e fiori, tanto per rimanere in tema. Proprio i bambini costituivano la seccatura maggiore. Quando decidevano di coinvolgerti nei loro giochi diventava decisamente difficile svicolare. Anche perché con quell'altezza da terra sembravano fatti apposta per l'inseguimento dei pettirossi. Poi c'erano i cani. Sempre più numerosi, chissà perché… E appena oltre la siepe, il traffico, un numero impressionante di persone ancor più frettolose e decisamente meno amichevoli, e altri cani, e gatti, e chissà cosa, ancora. Si diceva perfino un Falco Pellegrino, figuratevi. Qui, nel giardino, invece si stava veramente bene. E quando incominciava a fare freddo, ma proprio freddo freddo, come per magia compariva, su al primo piano, in un angolo di uno dei balconi centrali, la mangiatoia. Così almeno la si chiamava tra pennuti, nessuno sapeva esattamente quale fosse il nome che gli avevano attribuito i suoi costruttori. In pratica, una piccola piattaforma coperta che ospitava diversi altri contenitori appesi o sul fondo. Come quello su cui stava zompettando proprio in quel momento, per intenderci.
Nella mangiatoia, non si capiva bene perché, gli umani mettevano a disposizione cibi e bevande di ogni tipo, a volte delle autentiche, leccornie.  Lui l’aveva trovata quasi per caso, i pettirossi non frequentano spesso i balconi. Ma visto che l’aveva trovata, quando la mollava, ormai?  Si guardò nuovamente intorno. Ancora niente. Meno male. Incominció a becchettare qua e là, mancava poco più di un'oretta al tramonto, meglio non indugiare oltre.

“Ciao, bel ragazzo.”
Il Pettirosso si congelò sul posto. Erano arrivate. Come aveva fatto a non vederle!
“Ciao, ragazza. E le tue sorelle dove sono?” rispose, mostrando una sicurezza che non era affatto sicuro di avere.
“Qui, per esempio.”

Quella che si era appena fatta sentire era una cinciarella, come la prima. Ora, questo mi sembra un buon momento per uno spiegone. Tutti quanti, chi più e chi meno, sanno come è fatto un pettirosso. Fotografato, dipinto o disegnato, ripreso in un documentario, o magari perfino incontrato di persona in un parco o in un giardino, a tutti, chi più e chi meno, sarà capitato di vederne uno. E’ una presenza piuttosto comune, quasi iconica.
Ad ogni modo, per i pochi sfortunati a cui invece non fosse mai capitato, stiamo parlando di un uccellino grosso quanto un passero (giusto per fare un paragone), di colore genericamente marroncino e grigiolino sulle parti basse. Ma con un brillante, spettacolare petto rosso-arancione, e anche buona parte della faccia a dire il vero. Vive prevalentemente sul terreno, un po’ come i merli, e ha un richiamo che assomiglia all’urto tra due biglie metalliche, tipo quelle che si fanno girare tra le dita contro le stress per intenderci. Il canto vero e proprio invece è molto più articolato e a me fa venire in mente il disgelo e la primavera. Qui in pianura, però, arriva in inverno, e quando fa freddo, ma tanto freddo, gonfia le piume per isolarsi dal gelo esterno finendo per assomigliare ad una palletta di sofficità in persona (si fa per dire) con uno sgargiante petto rosso.
E veniamo ora alla cinciarella, che sotto parecchi aspetti è invece tutto un altro paio di maniche. Per prima cosa, è quasi del tutto arboricola, quindi per vederla bisogna stare a testa in sù, come i sognatori o i birdwatcher. Ma i sognatori o i birdwatcher veloci però, perché le cinciarelle non stanno mai ferme un secondo, e quando si muovono si muovono con una rapidità tale che nemmeno l'occhio di Terminator riuscirebbe a starci dietro. È più piccina del Pettirosso, anche se di poco. Ma su queste scale anche poco vuol dire molto. E per finire, è anche meno comune. In totale, è ragionevolmente un oggetto sconosciuto o giù di lì per la maggior parte del genere umano, quindi meglio partire subito con la descrizione.  Come dicevo, è piccolina: una dozzina di centimetri scarsi dalla punta del becco a quella della coda. Il dorso tira sul verdone, per poi girare verso il blu man mano che scendiamo verso il fondoschiena e ancora più giù. Ma se il retro e piuttosto mimetico, il fronte è un'esplosione di colore. Di giallo, per essere più precisi, dal sottocoda al petto, a volte con un elegante riga nera longitudinale non troppo evidente. E non è finita, perché risalendo, appena sotto al becco, troviamo un piccolo bavaglino nero portato come una cravatta od un papillon, e sugli occhi una specie di mascherina di Zorro che incornicia due guanciotte candide come la neve. E terminiamo con la capigliatura, nel suo equivalente uccellesco ovviamente, che nel nostro caso è di un bel blu elettrico, portato con una certa eleganza. Eccola qui la nostra cinciarella, quindi: una cosina da niente con un piumaggio festaiolo, quasi un uccelletto ornamentale. E invece no, perché la cinciarella, nella sua categoria, è anche un'autentica teppista. Una bestiaccia, che non molla mai e sa farsi valere contro avversari di qualunque dimensione e natura, compresa la nostra, se serve. D'inverno, poi, abbandonata la sua natura solitaria e territoriale, si riunisce in vere e proprie bande, che a vedersele venire incontro fanno proprio paura.
E a questo punto possiamo anche riprendere la nostra storia, a partire da   un'altra cinciarella che compare quasi dal nulla per farsi sentire.

“Ma anche qui.”
“E qui.” Aggiunse una terza.
“Siete parecchie, oggi… Sei? Sette?”
“Sette. Un bel numero, non credi?”
“Così si dice..”
“Otto invece mi sembra un numero brutto.” Commentò una delle nuove arrivate.
“Anzi, bruttissimo. Specialmente se la mangiatoia è una sola.” Aggiunse un’altra.

Il pettirosso rimase un attimo indeciso sul da farsi. Quindi, senza proferire parola (o equivalente) spiccò il volo per planare subito dopo verso il prato del giardino e poi la siepe che aveva eletto a sua residenza per quell’inverno. I Pettirossi non sono certo animali da farsi mettere le zampe in testa, ma con quelle Cince c'era solo da rimetterci. Autentici bulli, ecco cosa erano. L'inverno fin lì era stato quasi tiepido e c'era ancora cibo in abbondanza un po’ dappertutto. La mangiatoia, poi, era sempre strapiena, e se faceva tanto di vuotarsi i proprietari (bontà loro) la rifornivano in giornata. Non c'era bisogno di fare i prepotenti. Lo facevano tanto per farlo, perché era così che venivano su, perché era l'unico modo che conoscevano per non sentirsi piccoli piccoli, come francobolli. Inutile farsene un cruccio, sarebbe tornato alla mangiatoia più tardi, tanto non si fermavano mai a lungo. E magari ci avrebbe anche incontrato il merlo o il codirosso, gente simpatica di ben altra pasta. L’ideale per fare quattro chiacchiere in un freddo pomeriggio d’inverno.

Il sole era tramontato da un po’, a breve sarebbe stato buio pesto. Buio come poteva diventarlo un giardino di città, si capisce. Ma i pettirossi non sono animali notturni, e l'illuminazione cittadina al nostro non dispiaceva più di tanto. Anche perché non solo non rovinava lo spettacolo, ma gli consentiva addirittura di avvicinarsi per assistervi in totale sicurezza. Beh, più o meno…  Balzò in cima ad un muretto, giusto per mettersi fuori tiro da pedoni e cani a passeggio. Mancava poco. Ecco, forse stava cominciando. Il balcone di fronte si illuminò per un istante di un bagliore quasi soffocato. Poi, più niente per qualche istante e quindi, d’improvviso, tutto il parapetto si accese di una cascata di luci colorate che si inseguivano senza sosta. Blu, rossi, gialli e verdi per cominciare, e poi altri ancora che non si capiva neanche bene se erano proprio colori o solo riflessi. Dopo qualche secondo anche il davanzale avvampò, e poi le finestre.. Il pettirosso sapeva il motivo di tutta quella luminaria. Era il Natale. Lui e tutta la sua specie conoscevano bene quella festa, perché a loro ricordava anche il motivo per cui il loro petto brillava di quel rosso scarlatto. Chiuse un attimo gli occhi, per richiamare le storie che gli raccontava il nonno..

“Devi sapere” diceva, “che in principio noi eravamo degli uccellini grigi, dalla punta del becco a quella della coda. Io avrei detto marroncini, ma la leggenda sostiene “grigi”, e allora restiamo sul grigio. Non che ci sia niente di male, intendiamoci, un colore è un colore. Il fatto è che non avevamo niente di rosso, ecco.
Poi, più di duemila anni addietro (secondo il conto degli uomini) capitò che uno dei nostri bis-bis-bisavoli, un sacco di bis, si trovasse dalle parti di Betlemme. Cose che succedono, noi Pettirossi siamo un po’ dappertutto del resto. Passando davanti ad una stalla notò all'interno, un po’ in disparte, una famigliola raccolta intorno ad un focolare con un bambino piccolo piccolo che sembrava dormire di gran gusto. Ah sì, mi ero dimenticato di dire che era notte. E che era inverno, ecco. Era notte ed era inverno. Il bimbo dormiva, dicevo, ed anche i genitori. La mamma lo stringeva forte forte per tenerlo al caldo, perché il fuoco che avrebbe dovuto riscaldarli era ormai ridotto ad una misera fiammella. Il nostro antenato capì subito che la faccenda poteva diventare pericolosa: faceva molto freddo quella notte, e le piume con cui gli umani si ricoprivano erano veramente poco adatte a quel clima. Senza neanche pensarci due volte, entrò nella stalla, si piazzò davanti al focolare e prese a battere le ali in una specie di volo da fermo, gettando aria sulle braci con tutta la forza che aveva. In breve il fuoco riprese a brillare vigorosamente, il bimbo aprì gli occhi a metà e cacciò una specie di farfuglìo che avrebbe anche potuto essere di approvazione. Incoraggiato, l’antenato aumentò il ritmo finché le fiamme non tornarono a sfavillare alte e potenti come non mai. Ora la luce del fuoco illuminava tutta la stalla, proiettando uno sgargiante riflesso rosso scarlatto sul petto del bisavolo mentre il calore si diffondeva gradevolmente tutto all’intorno. Per farla breve, visto il risultato il nostro eroe continuò entusiasticamente a sventolare aria per tutto la notte, e al mattino dopo scoprì che il riflesso rosso fuoco che colorava il suo petto non aveva nessuna intenzione di andarsene, anzi, sembrava diventato il colore vero e proprio delle sue stesse piume. Poi gli umani si svegliarono, e si profusero in ringraziamenti, offrendosi anche di condividere qualcosa della loro modesta scorta di cibo con l’antenato. Che dopo aver mangiato il loro pane e bevuto la loro acqua come si conviene in questi casi, salutò e ringraziò a sua volta, per tornare quindi alle sue occupazioni. Ora, tutti noi sappiamo che il bimbo addormentato era niente di meno che il figlio del nostro Creatore. Non solo nostro. Di tutti. Il Creatore, insomma. E che fu la sua riconoscenza a donarci il Rosso che ci contraddistingue. Sua e di Sua Madre. E del Padre. Loro, insomma. Ecco.”

Tornato al presente, il pettirosso si immerse nuovamente nello spettacolo di luci che ormai correva a pieno regime. Avverti qualcosa di freddo posarsi delicatamente sulle piume della nuca. Sollevò  lo sguardo: aveva preso a nevicare.. Difficile dire quanta ne sarebbe venuta giù, il cielo non si vedeva più da un pezzo. Ma sembrava una cosa seria. Ci sarebbe stata ressa, alla mangiatoia.

Natale


Di neve ne era scesa parecchia, ma non in maniera esagerata. I bambini erano scesi a fare il canonico pupazzo con il naso di carota, si erano rincorsi, erano caduti a faccia in giù e a faccia in su nella coltre che copriva prato e vialetti, si erano sfidati a palle di neve, alcuni avevano vinto e altri perso, e quando aveva incominciato a far buio erano rientrati. Per ricominciare il giorno dopo, e quello dopo ancora finché la cosa non era venuta a noia. Peccato, perchè i bambini portavano sempre un sacco di allegria.
Oggi, ad ogni modo, era il giorno di Natale, e l’allegria era venuta da sè. C’era stato un sacco di movimento, fin dal mattino presto. Gente che andava e veniva, c’erano mille riti da eseguire in quel giorno, e ognuno aveva il suo, uguale eppure diverso da quello di tutti gli altri. Poi, in tarda mattinata, gli arrivi avevano incominciato a superare le partenze, e chi arrivava non lo faceva mai a mani vuote. A mezzogiorno in punto, beh, più o meno, in giro non si vedeva più nessuno, neanche a pagarlo. Erano tutti in casa, con le gambe sotto al tavolo. Così si dice, Anche nell’appartamento della mangiatoia si faceva festa. C’era un bel po’ di gente, e voci, e rumori. Ogni tanto qualcuno usciva sul balcone a prendere qualcosa, lasciando scappare all’aperto certe folate di aria calda così carica di profumi buoni che si potevano sentire fin giù di sotto, in giardino. Bene bene, questo voleva dire che tra non molto anche la mangiatoia sarebbe stata imbandita a festa. Ci sarebbero state un sacco di cose speciali, magari anche quel pane dolce di cui parlavano spesso i merli, sostenendo che era stato inventato proprio per loro. Fanfaronate, ma di certo era una squisitezza. C’era solo da aver pazienza. A metà pomeriggio, diffatti, uno dei costruttori uscì con un vassoio pieno zeppo di specialità e prese a rifornire la loro “tavola”. Ci mise il suo tempo per finire, tanto era carico, e poi tornò dentro, al calduccio. Il Pettirosso non ci pensò due volte, e si precipitò a piazzare, a sua volta, le zampe sotto la mangiatoia. Anche se nel suo caso era solo un modo di dire. Uno dei merli lo aveva preceduto, fiondandosi sul suo mucchietto di dolci preferito. Ma non era un problema, c'era spazio per tutti. Da una finestra alcune persone li stavano osservando con una certa soddisfazione. Neanche questo era un problema, accadeva regolarmente. E comunque si stancavano piuttosto rapidamente. Manco a dirlo, dopo appena poco di più che un attimo, arrivarono le cinciarelle. Il merlo schizzò via a precipizio. Il pettirosso invece proseguì, fingendo di non essersi accorto di nulla.

“Rosso!” lo chiamò la cincia di destra. Il rosso continuò a becchettare. “Rosso!” chiamò ancora, più forte.
“Che vuoi?”
“Questa è roba nostra. Pensavo ci fossimo capiti, ormai.”
“E’ che sono un po’ lento, sai? Dov’è che c’è scritto?” replicò, senza smettere di pranzare..
“Non fare il furbo con noi. Non ti conviene.”
“Ma certo che no. Allora sapete che facciamo? Se è roba vostra ve la lascio. Io ho altro da fare, del resto: scusate il disturbo e salutatemi a casa, quando ci tornate”

Detto fatto, spiccò il volo come nelle occasioni precedenti, senza pensarci poi troppo. Nel giro di qualche minuto la mangiatoia sarebbe tornata libera, era sempre così. E quelle bestiacce non sarebbero riuscite a mangiare tutto neanche fossero state grosse il doppio e dieci volte più numerose. Decise di aspettare nelle vicinanze, inutile sbattersi più di tanto.
Tornando alle parentesi che mi capita ogni tanto di aprire, ora vorrei dedicarne una agli altri animali di casa. I nostri uccelli non erano gli unici frequentatori del balcone. I costruttori, diffatti, tenevano anche due micie: una arancione, come il gatto Garfield, l’altra nera, con una piccola macchia bianca sul petto. Diverse tra di loro come il giorno e la notte, se l’arancione aveva comportamenti e abitudini (magari anche per motivi cromatici) quasi leonesche, la nera ricordava assolutamente una pantera.  E come una pantera, in questo preciso momento, si stava avvicinando a passo di leopardo (appunto) alla mangiatoia. Nessuno l’aveva vista uscire, probabilmente quando era uscito uno degli umani, eppure era lì. Improvvisamente balzò allo scoperto, ma invece di lanciarsi verso la preda si arrestò a mezza strada, appiattendosi al suolo come se questo fosse stato sufficiente a renderla invisibile. Non funzionò un granchè.
Il pettirosso, dalla sua posizione, stava osservando la scena con un misto di curiosità e preoccupazione. La mangiatoia stava un in un angolo, e per volar via le cincie avrebbero dovuto sorvolare a breve distanza la pantera in “agguato”. Sarebbe bastato un balzo ben calcolato per prenderle. Magari era proprio quello che voleva: acchiapparle al volo. Divertimenti gatteschi. Le cince intanto avevano inevitabilmente visto il pericolo, e fatti i loro conti avevano deciso di agire in maniera inaspettata: anziché fuggire avevano scelto di combattere. Bulli con i cosiddetti, tutto sommato.  Si erano piazzate in una stretta formazione a cuneo e avevano preso ad eseguire una specie di danza fatta di colpi sulle ali, pestoni di zampe, roteamenti di teste, smorfie, sbattimenti di becchi e cosa simili. Accompagnati da versi, strilli, grida ed altre amenità del genere. Avrebbe anche potuto apparire terrificante, ma sfortunatamente il gatto non sembrava essersi terrificato un granché. Agendo più che altro d'istinto, del resto faceva sempre così, il pettirosso decise di intervenire a supporto dei suoi fratelli di ordine. E sottordine, pure. Una questione di affinità tassonomica insomma. Si lanciò come un missile fin oltre le cime degli alberi, e ancora un po’ più in su (che brivido, non volava spesso così in alto), poi scese precipitevolissimevolmente verso balcone, planò a mille all’ora sopra alla nuca della gatta in agguato, ruotò su sé stesso come una trottola e atterrò perfettamente, sui classici tre punti, proprio di  fronte alla predatrice. Senza porre altro tempo in mezzo spalancò le ali e gonfiò le piume, mostrando tutto il rosso ne aveva. Improvvisamente, senza nessun motivo apparente, tutte le luci del balcone si accesero e presero a lampeggiare furiosamente, mentre il pettirosso lanciava il suo urlo di guerra. E dire che non sapeva neanche di averne uno. Beh, tutto questo fu veramente troppo per la nostra gatta, che rassomigliando ad una pantera non poteva ovviamente avere un cuore da leone. Schizzò via come un fulmine verso la porta più vicina, e tanto fece a forza di zampate, miagolii e salti in alto, che qualcuno arrivò quasi subito per farla entrare. “Ma che hai, cucciolotta?” le domandò l'umana.  La cucciolotta però era già sparita nel soggiorno, dietro al divano. Le decorazioni sul balcone si spensero.

“Caspita, rosso. Chi l'avrebbe mai detto…”
Il Pettirosso si voltò con la seria intenzione di mandare a quel paese la cinciarella che aveva parlato e tutte le sue sorelle, ma improvvisamente tutte le luci di Natale si accesero nuovamente, abbagliandolo. Per un istante o due non fu più in grado di fare o pensare nulla, poi i fari si spensero. Ma tutto ormai era cambiato. La rabbia era svanita, il vaffa se ne era andato. Il Natale era tornato. Per la prima (e forse unica) volta avevano condiviso qualcosa, e questo non andava sprecato. Forse era quello che cercavano con il loro atteggiamento così aggressivo: un senso di appartenenza, noi contro tutti, ma almeno “noi”. Magari era la volta buona di allargarlo questo “noi”, e una volta iniziato, chissà fin dove si poteva arrivare. E in caso contrario, beh, comunque a Natale bisogna essere più buoni, è un must.

“Certo che siamo stati forti, vero?”
“Fortissimi, rosso. Una forza della natura!” Tutto il gruppo esplose in una risata liberatoria.La tensione si era spezzata.
“E avete visto che faccia ha fatto il gatto quando si sono accese le luci?” puntualizzò una voce.
“Uno spettacolo! E come è scappato via!” commentò un’altra.
“Nuovo spettacolo. A proposito, cos’è quella roba che facevate tutte insieme, in formazione?”
“Una danza di famiglia. Terrificante, vero?”
“Assolutamente. Si può imparare qualcosa?”
“Forse, ma non so se sei all’altezza..”
“Beh, magari poi possiamo provare. Accidenti, tutto questo movimento mi ha messo una gran fame. A voi no?”
“Già, ma qui c’è un’intera mangiatoia a disposizione.”
“E allora approfittiamone.”
“Diamoci sotto. Bello quel sistema di mostrare petto e ali con un movimento solo, magari lo mettiamo nella danza. Ma prima, distruggiamo questa mangiatoia, avanti.”

Magari non era un granchè, ma era comunque un inizio..

Epilogo


La gatta arancione stava ancora osservano gli uccellini banchettare sul balcone quando la nera la raggiunse.

“Che hai combinato?” le chiese.
“IO? IO? Io non ho fatto niente. Sono uscita per mangiare un po’ dello strutto che i padroni riservano per i pennuti”
“Ancora?”
“Lo sai che mi piace. E poi ne mangio solo un poco e ne lascio abbastanza per tutti..”
“E allora?”
“E allora niente: la mangiatoia era occupata, quindi mi sono piazzata un po’ indietro ad aspettare che la liberassero. Ma bene in vista, così che fosse evidente che c’era una coda..”
“Va bene. E poi?”
“Beh, poi la gang degli uccellini invece di sbrigarsi a prendere quello che dovevano prendere e cedere il passo, hanno deciso di fare un flash mob fuori di testa. A quel punto è arrivato un altro uccello tutto rosso davanti che doveva avere qualche brutta malattia, e d’improvviso tutte le luci si sono messe a lampeggiare come se il balcone stesse per venire giù.”
“E tu cosa hai fatto?”
“E cosa dovevo fare? Mi trovavo chiusa in un posto largo come un fazzoletto che forse stava per crollare, con un branco di uccelletti psicopatici più uno che, per quel che ne sapevo, poteva aver preso il virus T ed essere lì lì per trasformarsi in uno Zombi, e tu mi chiedi che cosa ho fatto? Me la sono data a gambe, ecco che cosa ho fatto. E con tutta la velocità che avevo.”
“Mah, secondo me guardi troppa televisione.”
“Troppa televisione un piffero. La prossima volta, invece di stare a guardare alla finestra, vieni fuori a darmi una mano. E buon Natale.”
Detto questo, la gatta nera voltò le spalle alla sua compagna arancione e si diresse verso la cucina a vedere se era rimasta un po’ di panna nel suo piattino.
“Buon Natale” mormorò l’altra, avviandosi verso il divano e lasciandosi alle spalle, ormai dimenticato, il telecomando delle decorazioni di Natale per esterni con cui aveva giocherellato fino a pochi minuti prima.

Ecco, il racconto di Natale è finito. Ma prima di porgervi anche i miei auguri volevo indicare che i fatti narrati si ispirano ad una vicenda realmente accaduta. Solo i nomi di luoghi, animali e persone sono stati cambiati, per ovvie ragioni di privacy. E con questo è tutto. Tanti auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo.


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Pranzo di Natale by Fabrizio Burlone is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://birdcosi.blogspot.com/
Illustrazione di Eugenio Bausola

domenica 24 settembre 2017

13 Agosto 2016–Kinross Fair & Loch Leven

Scotland - kinross

Prima o poi bisognava ricominciare, e allora perchè non farlo da una mappa, così ci togliamo il pensiero? In questo post ci porteremo nell’area cerchiata di blu qui sopra, per visitare la fiera di Kinross e la riserva il lago di Leven. Ma procediamo con ordine.

Kinross Fair

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Non sarà famosa come quella di Scarborough, e difatti nessuno ci ha ancora scritto una canzone. Però, se se avete l’occasione, un salto vale la pena di farlo.. Probabilmente sarete gli unici visitatori provenienti dall’overseas, l’oltremare. E forse anche da oltre il Vallo di Adriano. Ma qui, forse non solo qui, ma fortissimamente qui, potrete incontrare dei cavalli di razza Highland

Pony Highlands

Oppure Clydesdale

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Come anche delle pecore Blackface oppure Texel. Beh, queste si vedono anche a Texel, credo.

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Oppure un intero branco di Highlanders bovini, per non dire dell’Angus. Crudo.

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E di un sacco di altre bestie, attività e competizioni tipicamente Britanniche. Molto pittoresco.

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Naturalmente non manca un posto dove prendersi un panino e qualcosa da bere. Niente di che, intendiamoci, siamo sempre in Scozia e Gordon Ramsay è solo un eccezione che conferma una regola. Le birre sono buone, ovviamente.

In totale, la fiera di Kinross vale almeno quattro stelle su tripadvisor (con la quinta in sospeso, in attesa che migliorino la ristorazione). E’ autentica, dal farmer al commerciante, dal toro da esposizione fino alla pecora qualunque, mostrata per.. Già, per che cosa si mette in mostra una pecora qualunque? Meglio non sapere. Se volete vedere cosa si alleva da quelle parti, che è diverso da quello che si alleva dalle nostre, assaggiare qualche produzione locale, fare quattro chiacchiere con la (ospitalissima) gente del posto e respirare un bel po’ di countryside, io la dritta ve l’ho data.

Loch Leven Natural Reserve

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Tanto per citare la pubblicità della Fiat 500x di qualche anno fa, è un po’ come la palude di Casalbeltrame sotto Viagra (o, come direbbero gli americani, “on steroid”). Archittettonicamente non c’è paragone, il centro visite è un piccolo capolavoro di recupero, il capanno è più bello del nostro hotel.

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L’area è vasta, e comprende anche le alture retrostanti. I sentieri sono numerosi,  ben marcati e ben mantenuti. Ma l’ambiente, è quello nostro, guardate..

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Risaie a parte. Insomma, non è questo il posto ed il periodo per fare birdwatching ricco, anche perchè siamo in uscita dalla fiera (che è piazzata nei prati antistanti la riserva) e dobbiamo ancora  tornare a Dunbar. Qualcosa si è visto: qualche pispola, qualche fringuello, un po’ di anatrame lontano lontano, due poiane vicine vicine, uno scoiattolo rosso, delle cinciarelle e poco altro. Il punto è, comunque, che se fate 30 alla fiera, fate 31 e passate a vedere anche la riserva..

E questo è tutto, gente.
Fino alla prossima, buon BW.

domenica 30 luglio 2017

Scozia, 12 Agosto 2016: Trossachs e West Highlands

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Volevo aprire con la solita cartina ma, statistiche alla mano, sembra che la presenza di una cartina in testata faccia da svuotapista. Quindi la metto qui sotto, sperando che la pecora funzioni meglio. Un gattino era più sicuro, ma non ne ho. Ah, per quelli che si sono persi gli anni ottanta e novanta, lo “svuotapista” era la canzone che non piaceva a nessuno ma che per motivi artistici o commerciali il DJ (quello vero, in discoteca) si ostinava a suonare sempre e comunque, con gli effetti suggeriti dal nome.  Su radio DJ (dove se ne intendono) preferiscono il termine più tecnico di “scacciafiga”, termine che può essere utilizzato tranquillamente anche (ma non solamente) per: calcio, automobili, fumetti, computer e, appunto, mappe e cartine. Ma sto divagando. Eccola.

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Siamo partiti da Dunbar di buon ora, e piovigginava. Ad Edimburgo pioveva. Passato il ponte diluviava e di lì in avanti si capiva che il tempo non avrebbe fatto altro che peggiorare. Per dire: una giornata tremenda. Uccelli niente, giusto qualche pecora zuppa. Perchè fare un post, allora? Semplice, perchè abbiamo attraversato un territorio bellissimo, imperdibile potrei dire.
Fino ad Aberfoyle, che è il pallino bianco più o meno a mezza via  nella cartina qui sopra, giusto accanto alla K di “National Park”, la strada non è nulla di speciale. Almeno per chi viene dalle nostre regioni: campi, boschi, castelli, città che hanno fatto la storia (Sterling, per citare una), le solite cose. In paese, un centro visite che non ce l’hanno  neanche a Yellowstone (quello nelle Colonie) e lo Scottish Wool Centre,

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2016-08-12 Trossachs e West Highlands _0040_smallcircondato da un gregge assortito di pecore zuppe, tra cui quella di copertina. Ammetto che la pecora zuppa non attizzi proprio chiunque, ma il centro è interessante, le varietà mostrate hanno un senso, il market interno è ben fornito di lane e derivati. C’è anche un ristorante, che non abbiamo capito come funzionava ma doveva funzionare piuttosto bene a giudicare dal numero di avventori. Fuori c’era anche un gruppetto di Anatre Corritrici, che non lo sapevo che la femmina del corridore prende la “t”. Indian Runner Ducks, ad ogni buon conto. Tra gli anatidi più buffi che mi sia capitato di vedere. Già la struttura è tutta un programma, ma è quando fanno proprio quello da cui hanno preso il nome, cioè corrono, che è uno spettacolo. Sembrano una batteria di centometristi con le gambe corte che cercano di fare le qualifiche correndo con le mani dietro alla schiena.

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 Più di tanto la foto non rende, quindi linko un filmato: https://youtu.be/xJB6Ydz-X1A Ora, visitato il paesello, si può riprendere la via. Sempre sotto l’acqua, naturalmente.

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Per parecchi chilometri si viaggia tra boschi e pinete, si costeggiano fiumi, laghi e laghetti. Nuovamente: le solite cose.

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Incontriamo degli Highlander. Me li immaginavo diversi, ma i capelli lunghi li hanno, comunque.Poi, tutto di un colpo, i boschi si diradano ed infine spariscono, lasciandoci al centro di un’ampia vallata che conduce dritta dritta alle Highlands.

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Ed eccole qui, con tutto il corollario di laghi, brughiere, cascate e quant’altro ci si possa aspettare..

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fs2016-08-12 Trossachs e West Highlands _0195 FS_2016-08-12 Trossachs e West Highlands _0244

E tanta pioggia, ovviamente. Quindi, come dicevo, tempo orribile e niente uccelli. E allora che ci andiamo a fare? A vedere le Highlands. A respirare le Highlands. Ad assaporare le Highlands.  E se dalle parti di Glencoe o Kinlochleven, avvertite come un senso di deja-vu, non preoccupatevi: potreste veramente avere già visto i paesaggi che vi circondano. In Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, per esempio. O in Braveheart, o in Rob Roy, o in 007 Skyfall. E, naturalmente, in Highlander – l’ultimo Immortale. La torre dove Ramirez e Conner Macleod si incontrano con quello che consegue si trova proprio da queste parti.
Ah, se sulla via del ritorno lo stomaco dovesse farsi sentire, consiglio una sosta a Tyndrum, al Real Food Cafe. Non è un ristorante gourmet, piuttosto un fast food locale. Che comunque è più che passabile, mi ricordo delle ottime chips. Ma il cortile invece, è da guida Michelin. Guardate:

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E questo è tutto gente.
Ci si vede alla prossima, che tra ferie e altre attività in corso non so quando sarà. Comunque, fino a quella data, buon BW: